Vetri rotti con Elena Sofia Ricci e Gianmarco Tognazzi: Arthur Miller senza emozioni

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Vetri rotti con Elena Sofia Ricci e Gianmarco TognazziVetri rotti è una delle opere più recenti di Arthur Miller. Risale infatti al 1994, e come le precedenti La discesa da Mount Morgan e The Last Yankee, entrambe sempre dei primi anni Novanta, ha a che fare con personaggi menomati, che patiscono un impedimento ora spirituale ora fisico ora psico-fisico. La componente freudiana è evidente, soprattutto quando ci vanno di mezzo l’inconscio e il sesso. Così è in Vetri rotti, pièce nella quale la protagonista, Sylvia, in seguito alla lettura sui giornali delle persecuzioni degli ebrei in Germania, e in particolare della terribile Notte dei Cristalli di Berlino (novembre 1938), accusa un crollo psico-somatico che la porta alla paralisi delle gambe. Di questo fatto non se ne capacita il marito, che decide di rivolgersi ad un medico specializzato.

Interpretato da tre attori di richiamo, Elena Sofia Ricci, Gianmarco Tognazzi e Maurizio Donadoni, Vetri rotti di Miller, per la regia di Armando Pugliese, è un’opera che purtroppo non riesce ad andare oltre il limite dell’arcoscenico, a scendere in platea, a disturbare l’animo di chi guarda come invece dovrebbe e come il tema richiede. Un tema forte, sfaccettato, bifronte, in bilico tra l’olocausto e la psicanalisi. Insomma, due topics che nell’opera del drammaturgo newyorkese suscitano straniamento, dubbio e un anche un certo fascino che scava nei nostri pensieri più proibiti. Peccato che la traduzione di Masolino D’Amico, forse abusato negli ultimi anni dal teatro italiano, non riesca a pungerci, a stimolarci, lasciandoci anestetizzati un po’ come gli arti inferiori della povera protagonista. Il linguaggio troppo comune, troppo attuale, taglia via ogni impurità e profondità del testo di Miller, e questo lo conduce ad una fluidità che non attecchisce sull’attenzione dello spettatore. Piattezza e noia sono dietro l’angolo. E colpiscono basso anche per colpa di una regia, di Armando Pugliese, che fa il minimo sindacale, affidandosi ad una semplice parete di fondo che si apre e si chiude, a mo’ di persiane o di ante di un armadio, facendo entrare e uscire i pochi elementi di scena (su tutti il letto matrimoniale). La metafora è chiara: condurci dentro le “chiusure” dei personaggi, marito e moglie in primis, ma l’effetto è appena percepibile. Ne consegue che la recitazione dei tre interpreti rimane schiacciata e imbrigliata in questa mancanza di respiro, e di ritmo, che non prende il via né dal testo adattato né dalla componente registica.

Insomma, la messinscena di Vetri rotti prodotta dal veterano Roberto Toni (con la sua ErreTiTeatro30), rimane spezzettata, rotta e interrotta nelle sue varie parti artistiche che non trovano un cuore che le sappia unire e tenere unite. I pezzi non si ricompongono, i vetri rimangono rotti, anzi restano sparpagliati su un palco che, come un filo spinato, non dà modo di essere penetrato né far passare emozioni in sala.

Visto al Teatro della Pergola di Firenze.

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