Ricky – Una storia d’amore e libertà

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rickyUn Cupido senza arco e senza frecce con due alette di pollo che pian piano tramutano in ali da tenero aquilotto. Una risata acuta e contagiosa, due guanciotte paffutelle e sode, tanta voglia di libertà. Questo è Ricky, l’inaspettato frutto del ventre di Katie e del suo fugace amore con Paco. Intorno a questo dolce personaggio ruota l’undicesimo lungometraggio di François Ozon, opera che sin dalle primissime scene s’ammanta di un’atmosfera degna del più subdolo mistero. Va on screen una piccola umanità operaia dall’indole “animalesca”, istintiva, di chi, pur con tutte le difficoltà economiche ed organizzative della routine quotidiana, vuole mordere sul momento la vita e consumarla fino al midollo. E sprazzi horror, ben prima che fiabeschi e magici, si fanno sentire nelle fisionomie di mamma Katie, la figlia Lisa e il novello papà Paco. La prima è volto scarno, muso lungo, costole in vista, occhioni sporgenti. La seconda, molto simile alla madre, ha, pur mitigate dall’innocenza della tenera età, profonde ed evidenti occhiaie. Il terzo è un mascherone quadrato atto a celare un animo impacciato e immaturo. Piccoli grandi “mostri” tra i quali trova casa Ricky, bambinone alato selvaticamente attratto dalla luce proprio come una svolazzante libellula.

La peculiarità fisica di Ricky si traduce, a livello sociale, nell’etichetta di “diverso”, di colui che deve essere nascosto e poi mostrato nella vetrina mediatica di un mondo alla continua ricerca di gossip e scoop. Una tematica altamente realistica che Ozon riesce a veicolare nonostante l’improbabilità della vicenda raccontata.

Narrativamente, soprattutto nella prima parte, l’opera procede a passi lunghi e frastornanti salti nel tempo. Un fare volutamente ellittico che ben si sposa con personaggi parchi nell’interrogarsi su cause ed effetti dei propri comportamenti e con lo sguardo sognante e distaccato che il regista mantiene su di loro.

In conclusione, Ricky è un buon film anche se non privo di alcune evidenti smagliature nella sceneggiatura (vedi il non ben orchestrato né giustificato patetismo melodrammatico della scena iniziale). Errori palesi, pesanti, che però, grazie alla magia del piccolo protagonista, sorta di semi-dio incarnante l’eterno desiderio di Icaro e l’imperitura dicotomia tra camminare e librarsi nell’aria, tendono a farsi dimenticare, quasi a volare via, proprio come Ricky felice e contento d’incontrare il cielo e le nuvole vere dopo averle per settimane contemplate dipinte sul muro della sua candida stanzetta. Insomma, tra fiabesco e grottesco, Ozon ci stupisce ancora, dimostrando il suo essere sempre originale, fuori dal coro, vero autore.

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