Sangue del mio sangue: l’atto di forza di Bellocchio

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Sangue del mio sangue di Marco Bellocchio è un film nelle cui vene non scorre niente, né vita né cinema.

Sangue del mio sangueIncolore, insapore e vacuo, il sangue del ventitreesimo film di Bellocchio non scorre e non si coagula verso la foce di un risultato filmico sconclusionato, anonimo, che lascia sconcertati e interdetti. In molti lo definirebbero semplicemente: “brutto”. O almeno questo è il giudizio dal punto di vista dello spettatore, che si sente truffato, ingannato, preso in giro da un film diviso di netto in due parti distinte, perse tra il passato e il presente.

Sotto questo primo livello di lettura, però, si nasconde l’atto di forza di un regista che tutto può: Marco Bellocchio. Si è Maestri in quanto “autori”, dotati di una poetica e uno stile riconoscibili, ma si è Maestri anche in quanto “uomini di potere”, ai quali non si può dire di no.

Lo stesso Bellocchio ha definito Sangue del mio sangue “un film anomalo e diverso, nato in assoluta libertà, frutto naturale” del laboratorio Fare Cinema che, ormai da anni, ogni estate il cineasta piacentino tiene nella sua amata città natale, Bobbio. Frutti di questa scuola sono già stati in passato Sorelle (2006) e Sorelle Mai (2010). Sangue del mio sangue affianca due segmenti distinti (le due parti del film) cercando di riunirle proprio intorno a Bobbio, ma non rincorre né ricerca i nessi necessari per dirsi film strutturato. Bellocchio non è interessato a ottenere una drammaturgia dettagliata, motivata, che sia narrativa nel senza drammatico del termine. In un certo senso Bellocchio non è interessato allo spettatore, potremmo anzi dire che volontariamente se ne frega, lasciando che Sangue del mio sangue sia volutamente incompleto e incompiuto da più punti di vista, lasciando allo spettatore, superato il disgusto suscitato a caldo, di riempire, se lo desidera, i vuoti lasciati dal regista.

Un film autarchico, dunque, anarchico, e da questo punto di vista (fintamente) sperimentale e all’avanguardia. Un film fatto per fare, un passatempo, un’opera di defaticamento, per tenersi in allenamento, per non perdere la mano e l’abitudine alla regia.

Bobbio Bobbio Bobbio. Questa è la vera costante di Sangue del mio sangue, un titolo che non lascia dubbi su come questo film sia un atto d’amore, di fede e di forza nei confronti della sua città. “Bobbio è il mondo” afferma il conte interpretato da Roberto Herlitzka. Tutto il mondo è paese e tutto il paese è mondo. Bellocchio inserisce e riunisce nel film tutto il suo mondo, anzi tutta la sua famiglia vera e cinematografica. Ci troviamo l’ormai abituale figlio Pier Giorgio, ma anche la giovanissima figlia Elena e il fratello Alberto. A loro si aggiungono i colleghi di tanti film precedenti: oltre al già citato Herlitzka, Alba Rohrwacher, Toni Bertorelli, Filippo Timi, Gianni Schicchi Gabrieli, Bruno Cariello. Ecco quindi che Sangue del mio sangue è una sorta di reunion di famiglia, quasi un quadro di famiglia, come a dimostrare che Marco Bellocchio tutto può, anche realizzare un (doppio) film senza capo né coda, farselo distribuire e sfruttare pure il trampolino di lancio del Concorso del 72esimo Festival di Venezia per un’opera che avrebbe semplicemente (e a dir tanto) meritato la sola uscita in homevideo.

Insomma, Sangue del mio sangue è un film sterile dal punto di vista cinematografico, ma assai significativo da quello produttivo. Segno di come il vero conte di Bobbio non sia il personaggio del Conte Basta interpretato da Roberto Herlitzka, ma Marco Bellocchio, il conte (se non il re) Bellocchio che, come un vero vampiro, sa mordere anche con i denti spuntati.

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