Shinya Tsukamoto: “La guerra è solo orrore”. Intervista al regista.

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Intervista a Shinya Tsukamoto sul film Zan (Killing).

Intervista di Vanessa Forte.

Shinya Tsukamoto Uno dei più grandi cineasti giapponesi contemporanei, Shinya Tsukamoto, è tornato al Lido di Venezia con il suo nuovo lungometraggio, Zan (Killing), in concorso alla 75esima Mostra del Cinema. Lo abbiamo incontrato per parlare del film e non solo. Ecco cosa ci ha raccontato.

Partendo dal titolo del film, Zan (Killing), sembra che tutto ruoti attorno a questa specie di Vaso di Pandora che è la spada del protagonista Tsuzuchi. Egli appare intimorito dalle conseguenze, da ciò che può succedere dopo l’uso della katana: la sua reale paura è quella di “uccidere” la propria umanità oppure è quella di recidere le catene con cui ha imbrigliato la sua vera natura?
Penso siano contemporaneamente entrambe le cose, anzi ti ringrazio per aver notato e sottolineato questa peculiarità.

Sempre legandomi al titolo del film, sembra che venga “uccisa” anche l’innocenza, non solo quella dei protagonisti ma anche quella del pubblico: è questo il passaggio di empatia che volevi ottenere nei tuoi spettatori rispetto ai classici film di questo genere?
In un certo senso è proprio così. Questo cambiamento è incarnato soprattutto dal personaggio che io stesso interpreto e che rappresenta una tipologia umana molto comune, ossia quella di chi riceve un ordine e per questo agisce senza porsi problemi morali, visto che il comando proviene dall’alto e diventando così qualcosa da fare comunque e in qualsiasi modo. È il tipo di samurai che piace alla gente perché persegue gli obiettivi della sua comunità. Insomma un personaggio apparentemente positivo e che alla fine riceve gli applausi. Invece queste sono il tipo di persone che mi spaventano e che portano alle guerre. Il tipo di persone che non voglio, perché il loro agire porta inevitabilmente ad una pulsione violenta, visto che per loro tutto si può eseguire, anche le azioni peggiori. Ed è proprio ciò che sta succedendo in questo preciso momento storico, politico ed economico, ovvero il diffondersi dell’idea che si può tranquillamente andare incontro ad una guerra verso chiunque e pensare che essa sia affrontabile perché si hanno armi e motivazioni. Però nessuno riesce a valutare cosa ci sia dopo, quali saranno i risultati, quali potranno essere le conseguenze anche dal punto di vista fisico.

Quindi possiamo ricollegarci alla domanda iniziale?
Esattamente. Proprio così. Io spero che questo film sia d’aiuto nel far capire che dopo una guerra non c’è un risultato positivo, anzi vorrei si sentisse che dopo c’è solo orrore.

In Zan tu accosti due istinti primari dell’essere umano, la violenza e la sessualità, mostrando in più scene il protagonista che si allena ma non combatte mai veramente, ma anche che si masturba senza mai possedere completamente colei che desidera. Questo vuol dire che è possibile “trasformare”, o almeno controllare, gli istinti umani, per farci fare come la coccinella che nel film tende verso l’alto per poi librarsi nel cielo? Oppure siamo destinati a fallire miseramente come tutti i protagonisti del film perché non si può “uccidere” la propria natura?
Come hai giustamente notato, l’istinto alla violenza e l’istinto al sesso hanno una matrice comune e anche molti punti d’intersezione, sia in senso positivo che in senso negativo, anche se il secondo è prevalente. Attraverso il mio film volevo suggerire che una persona può avere l’istinto violento di uccidere qualcuno ma che esso può essere gestito attraverso la responsabilizzazione, perché tutto ciò che viene fatto, anche in ambito sessuale, si lega a delle responsabilità ben precise che vengono prese dagli adulti. Ma i governi sono fatti da adulti, i mondi e le società sono fatti dagli adulti, e allora attraverso Zan voglio far capire che è una precisa responsabilità di chi gestisce le cose contenere quelli che sono gli istinti umani.

Quindi non hai “ucciso” la speranza?
No. Decisamente no.

Il film è girato in digitale: come ti poni sulla questione “pellicola contro digitale”?
Ho girato in digitale solo perché non avevo molti soldi (ndr risata). Non gli do un significato preciso come alternativa alla pellicola visto che nel mio caso è legato solo ad una questione economica e pratica. Infatti, se dovessi esprimere un lato positivo del digitale, è che con la pellicola, molto costosa, si cerca sempre di organizzare tutto prima, ciak, azione e cut, e questo comporta un senso di indurimento e di rigidità da parte degli interpreti. Invece col digitale puoi girare quanto vuoi senza variazione di costi e quindi avere una quantità infinitamente più alta di scene in cui gli attori possono agire con molta più naturalezza, senza la paura di sbagliare. Tutto questo rende molto più agile tutta la produzione.

Possiamo chiederti qualcosa sui tuoi eventuali progetti futuri?
Ho sempre pensato che le vacanze estive fossero un momento particolare in cui le persone si recano al mare o in montagna, ovvero smettono di fare ciò che è usuale. Ecco in futuro potrei fare un film kaiju eiga (ndr film di mostri giganti) che tutti vadano a vedere durante le vacanze come se fosse un’esperienza particolare. Insomma, invece di desiderare d’andare in montagna vorrei desiderassero andare al cinema a vedere il mio film (ndr risata).

Ci puoi dare qualche dettaglio in più?
È un segreto (ndr risata). Ma posso dirti che non sono interessato a kaiju tradizionali come Gojira (ndr Godzilla). Io voglio una storia con un daikaiju eroe (ndr mostro gigante) contro un altro suo avversario.

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