Si alza il vento: Hayao Miyazaki vola alto

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si-alza-il-ventoL’uomo sogna di volare. Da sempre. Dedalo e Icaro furono tra i primi a sacrificarsi per questa utopia. Nella lunga scia di chi, come anche ciascuno di noi, vorrebbe librarsi in aria, dobbiamo ora aggiungere Jiro Horikoshi, meraviglioso protagonista di Si alza il vento, film “testamento” di Hayao Miyazaki. Film, ho detto.

Ebbene sì, cominciamo proprio col dire che Si alza il vento non è un film d’animazione, ma un film. E questo già fa la differenza sul come porci di fronte a quest’ultimo capolavoro del maestro Hayao Miyazaki, prodotto anomalo nella sua sognante filmografia densa di avvenimenti “veri” solo nel mondo dei sogni, dei fumetti, dei buoni e vecchi “cartoni animati”.

Si alza il vento è bellissimo e spiazzante perché è allo stesso tempo il più onirico e il più reale delle opere di Miyazaki. Onirico perché scandito dai ripetuti sogni di un ragazzo che si fa uomo col sogno di spiccare il volo, di costruire aerei, di migliorare questo mondo. Reale perché racconta una storia coi piedi ben piantati per terra e nella Storia, ovvero il terribile terremoto del 1922 e i vent’anni seguenti che porteranno il Giappone a competere militarmente con l’Europa e l’America, oltre ad uscire moribondo dalla Seconda Guerra Mondiale. In trent’anni di film, Miyazaki ci ha portato in una città incantata, in un castello errante, su una fantasiosa scogliera, ma in Si alza il vento non c’è posto per maiali volanti (Porco Rosso), pesci rossi parlanti (Ponyo), simpatici mostri con ombrellini vegetali (Totoro). Si alza il vento corre sul binario opposto, quello della realtà, e forse questo potrà far storcere il naso ad alcuni. Ma è in questo modo che Miyazaki esce di scena, con un colpo da maestro, chiudendo la sua filmografia dimostrando come si possa cambiare totalmente rotta senza perdere l’originalità intrinseca del suo cinema. Non mancano quindi la dovizia di particolari, paesaggi spennellati con tocchi impressionistici, fili d’erba schizzati come in un quadro di Van Gogh, pale volteggianti nel vento che ci lasciano a bocca aperta.

Si alza il vento è un film adulto e maturo per un pubblico adulto e maturo, di quelli che sanno fare quel passo di qualità più lungo della gamba, che qui acquista ancor più valore perché ultima pietra e chiave di volta di un’intera filmografia. E’ un’opera malinconica e brillante per quel maestro che prima ci ha portato nel mondo dei sogni e ora ci riporta nella realtà, dalla quale, però, i sogni non sono ancora stati banditi.

Stando al racconto, Si alza il vento è letteralmente diviso in due parti: la prima riguarda solo e soltanto la crescita umana e professionale di Jiro, la seconda il suo nuovo e duraturo incontro con Naoko, conosciuta e salvata quando la terra aveva tremato troppo forte. Per lungo tempo non riusciamo a capire dove Miyazaki intenda andare a parare, cosa voglia dirci, come voglia concludere il film. Con toni melò da romanzo dell’Ottocento, Si alza il vento si fa poesia sublimata così come Naoko si fa metafora del desiderio di Jiro. Sia il film sia i suoi due protagonisti, per motivi diversi, anelano al cielo, ad un livello superiore. Si alza il vento (si) protende verso l’alto come altri film di Miyazaki (si pensi a Porco Rosso o Laputa – Il castello nel cielo), ma questa volta tocca le stelle, va oltre le nuvole, sfugge in parte alla nostra comprensione perché va troppo in su. Finisce per coinvolgerci ma non emozionarci in senso stretto, lasciandoci una dolce e vaga suggestione interiore di star assistendo, in Miyazaki e nel cinema “d’animazione”, a qualcosa di mai visto. E va bene così. Perchè la bellezza di una poesia sta anche nel suo lato ineffabile e misterioso, in ciò che non riusciamo ad afferrare, come quell’aeroplanino di carta che svolazza qua e là nella romanticissima scena in cui Jiro e Naoko sono separati da tre livelli di terrazzi.

Il poeta Paul Valéry all’inizio del film ci ricorda quel comandamento che i protagonisti si ripetono come un mantra: “Si alza il vento: si deve tentare di vivere”. Osare. Volare. Miyazaki ci è riuscito.

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6 commenti

  • Assolutamente d’accordo con quanto scritto. Film maturo che non ha niente a che vedere né con l’epicità di “Princess Mononoke”, né con l’atmosfera fiabesca di “Porco rosso” o di “Il castello errante di Howl”, né tantomento con l’infantilità (un po’ ridondante e fastidiosa) di “Ponyo sulla scogliera”. La tragedia si dispiega in tutta la sua drammaticità (per entrambi i protagonisti), ma arriva allo spettatore in un secondo momento, superata la “delusione” di un Miyazaki diverso che non ricorre a metafore per esprimere le difficoltà della vita.

    • Sì sono d’accordo, anche l’emozione in effetti arriva in un secondo momento. Finito il film rimaniamo un po’ spiazzati, ma a ripensarci si è del tutto soddisfatti da questo ultimo Miyazaki.

  • Una bellissima recensione, che condivido quasi per intero, sia per la finezza del linguaggio sia per l’evidente trasporto con cui è scritta. Mi permetto di dissentire giusto quando scrivi: “[…] ma questa volta tocca le stelle, va oltre le nuvole, sfugge in parte alla nostra comprensione perché va troppo in su”. Perché se è vero che emozionarsi è una cosa troppo legata alla sensibilità personale, io, peccando d’umiltà, forse per la mia formazione da storico, ne ho sentita tutta la sua forza drammaturgica e ed esplicativa. Poi aggiungi: […] Finisce per coinvolgerci ma non emozionarci in senso stretto, lasciandoci una dolce e vaga suggestione interiore di star assistendo, in Miyazaki e nel cinema “d’animazione”, a qualcosa di mai visto.” … che è esatto per il cinema di Miyazaki, ma non lo certamente è per i confini del cinema d’animazione. Non andando troppo lontano, infatti, Isao Takahata nel 1988 aveva diretto il lacerante “Una tomba per le lucciole”, mentre nel 2008 Ari Folman aveva sorpreso tutti con il suo “Valzer con Bashir”.

    • Ricordo bene “Valzer con Bashir”, un’opera straordinaria perchè fuori dal coro. Credo che affermare “qualcosa di mai visto” sia lecito ogni qual volta ci si trovi di fronte a un film, o un’opera d’arte, che ci propone qualcosa fuori dal comune vedere. Era valido per Folman, è ancor più valido per questo ultimo Miyazaki.

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