Still Alice: l’Alzheimer non basta…

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Still Alice è un film dalle buone premesse, anche dal buon inizio, poi si perde, finendo per essere affetto dalla stessa malattia che con coraggio si proponeva di trattare…

still-aliceOttobre 2010: Pupi Avati porta al cinema Una sconfinata giovinezza, capolavoro sulla malattia-tabù del morbo di Alzheimer. Un film così duro e straziante al solo pensiero che il pubblico ha preferito non vederlo, condannandolo ad essere il più grosso flop della carriera di Pupi Avati. A circa quattro anni di distanza ci riprova Still Alice di Richard Glatzer e Wash Westmoreland.

Nel film di Avati, Lino (Fabrizio Bentivoglio) era un giornalista sportivo, in questo Alice (Julianne Moore) è un’affermata linguista della Columbia University. Le nozioni accumulate e dispensate nel suo lavoro sono molte. Un giorno inizia a non ricordarsi un termine, poi due, poi tre, poi cento. Dopo alcuni esami, la diagnosi è un macigno: forma presenile di Alzheimer. Tutte le certezze di una vita crollano…

Tratto dal romanzo Perdersi del 2007 della neuro-scienziata Lisa Genova, Still Alice non è nemmeno l’ombra di Una sconfinata giovinezza. Still Alice rimane in superficie, nell’immobilità di qualche situazione o suggestione. Non scava come dovrebbe dentro l’anima e la psicologia di chi è colpito dalla malattia. Un risultato assolutamente inaspettato considerando il fatto che dietro la macchina da presa c’è un regista, Richard Glatzer, che affetto da sclerosi laterale amiotrofica conosce bene le sofferenze di una gravissima malattia.

Still Alice non riesce nel far proliferare le occasioni non tanto per spaventarci, quanto per farci comprendere cosa significa soffrire e dimenticare. Pensa onanisticamente che l’evocazione della malattia sia sufficiente a tenere in piedi un film, quando non è così. E non basta la buona prova, ma non da Oscar, di Julianne Moore a dare scheletro ad un film che rimane confuso anche dal punto di vista temporale. Still Alice, infatti, s’affida a qualche sporadico riferimento stagionale (gli alberi secchi o in fiore) per sottolineare il tempo che passa, ma non ci fa capire minimamente in quanti mesi/anni peggiora la situazione della protagonista. Forse la regia voleva trasferirci la stessa sensazione di smarrimento provata da Alice? Forse. Fatto sta che trascura un dato importante per dare valore “scientifico” e “medico” al film.

Still Alice è quindi un film dalle buone premesse, anche dal buon inizio, poi si perde, brancola nel buio, finendo per essere affetto dalla stessa malattia che con coraggio si proponeva di trattare, non facendo davvero nulla per essere ricordato…

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