Sulla mia pelle: il film su Cucchi convince solo a metà

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Recensione di Sulla mia pelle di Alessio Cremonini, con Alessandro Borghi.

Nomen omen. Sulla mia pelle di Alessio Cremonini è un film che rimane sulla pelle dello spettatore, che non va in profondità, che non riesce ad entrarci nei pori, a farsi assorbire, ad arrivare nelle vene. Un film che rimane alla superficie dei fatti, come una pagina di giornale, come un articolo di cronaca nera ben scritto sul quotidiano appena sfornato. Non va oltre questo, non oltrepassa quel limite che porta al film di denuncia. Ecco, Sulla mia pelle si auto-censura fermandosi a raccontare come sono andate le cose, e a mostrarle con una bella ricostruzione. Questi i suoi limiti, ma dall’altro lato ha pure il pregio di mostrarci, di “imprimere”, tramite il cinema, in immagini quello che abbiamo sempre e solo sentito in registrazioni audio, interviste ai parenti, ecc.

Sulla mia pelle è un film che riesce a raccontare e trasmettere allo spettatore il dolore, fisico ed etico-morale, della vicenda Cucchi. Pur rimanendo strettamente legato a quanto già sappiamo, e al potere del cinema di “fissare” su “pellicola” l’accaduto, passando per la cronaca sa arrivare alla bocca dello stomaco dello spettatore. Ma non va oltre. Non colpisce al basso ventre, non è un cazzotto in pancia, non colpisce alle reni come ci si poteva aspettare. La regia di Cremonini, tranne che in un paio di veloci passaggi, è canonica, priva di sbalzi o trovate, assolutamente asservita al racconto al limite del televisivo. A dare forza al film, ci pensa la gigantesca prova di Alessandro Borghi, che finalmente si libera di se stesso, del romanaccio criminale di Suburra. Grazie ad un notevole lavoro sulla voce e sul corpo, sull’impostazione e il tono della prima e il “portamento” del secondo, Stefano Cucchi è lì, davanti a noi, in una somiglianza impressionante.

Un altro pregio del film di Cremonini è nel non fare un’agiografia di chi santo non era. Perché Stefano Cucchi non era San Francesco, non aveva la fedina penale né adolescenziale pulita. Era un buono, che però si era cacciato più volte nei guai e nel tunnel della droga. La famiglia stessa, la sorella in particolare, pur amandolo, ne sottolineano nel film più volte le storture di un carattere non facile, debole, propenso all’errore, al quale la famiglia si è stancata di rimediare continuamente. Il film quindi non vuole edulcorare la realtà, ma mostrarla tout court. Peccato che si fermi lì.

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