The Danish Girl di Tom Hooper: la recensione

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Tom Hooper è l’uomo dei Premi Oscar. Quelli prepensati, fabbricati ad arte, laccati (e leccati) in oro dall’Academy. Così è stato per Il discorso del re (quattro statuette tra cui miglior film e miglior regia) nel 2011 e per Les Misérables (tre statuette) nel 2013. E così sarà per The Danish Girl, ennesima pellicola realizzata ad hoc per incassare trofei dal dubbio merito reale.

the-Danish-Girl“Il negozio è un palcoscenico, vendere è come andare in scena” afferma un personaggio di The Danish Girl. Un negozio nel quale troverebbe certamente lavoro Tom Hooper. Se infatti non facesse il regista, Hooper sarebbe un ottimo pacchettista di regali o un ottimo decoratore di matrimoni. The Danish Girl, infatti, proprio come il sopravvalutato Il discorso del re, gode di una confezione impeccabile, come una sfarzosa e raffinata bomboniera o un fiabesco bouquet con tutti i nastri e i merletti al posto giusto. Certo va con onestà intellettuale riconosciuto ad Hooper d’avere un certo fiuto allenato per (grandi) storie che meritano l’ “incoronazione” del grande schermo. Così è stato per il re balbuziente Giorgio VI d’Inghilterra, così è per il primo transessuale della storia, ossia l’artista danese Einar Wegener (Lili Elbe). Qual è dunque la ricetta di Hooper? Semplice e geniale allo stesso tempo: individua un soggetto prelibato e vi costruisce intorno una confezione che, come una campana di vetro, cerca di proteggerlo dalle intemperie della critica. È quindi la quintessenza del cinema furbetto quello forgiato dal regista britannico, il quale non disdegna di far leva sul patetismo e sul melò, preferendo un intenso manierismo attoriale allo scavo psicologico dei personaggi. Insomma, The Danish Girl è un costoso e luccicante specchietto per allodole facilotte all’empatia e alla commozione.

I protagonisti Eddie Redmayne e Alicia Vikander si dimostrano bravi e affiatati, ma anche fastidiosi diciamolo. Lui in particolare eccede in smorfie come un attore di fine Settecento, paralizzandosi in un sorrisetto da finto timido che strappa schiaffi più che applausi. Per fortuna che a mitigare un po’ le nostre ire c’è lei, assai più genuina del compagno di scena e certamente meno “di maniera” da Actor Studio.

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