The Darkest Dawn di Drew Casson: recensione film su Netflix

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Recensione di The Darkest Dawn di Drew Casson, disponibile su Netflix.

the darkest dawn film netflixCloverfield ha fatto proseliti. Sono passati dieci anni (era il 2008!) dal film cult diretto da Matt Reeves e prodotto da J. J. Abrams. E ancora oggi se ne trae ispirazione o si cerca di copiarlo (dipende da come si guarda la faccenda). Certo è che ha fatto tanta strada il genere dei monster e disaster movie narrati dal punto di vista di una videocamera amatoriale portata a mano. In questo filone s’inserisce anche The Darkest Dawn di Drew Casson, che dopo aver girato con le stesse modalità Hungerford nel 2014, due anni dopo torna a picchiarci la testa. Ma l’esito è discontinuo, fortemente oscillante tra una manciata di trovate visive d’impatto e un più diffuso appiattimento stilistico, tra alcuni spunti narrativi interessanti e altri in cui deraglia pesantemente.

Se in Cloverfield sei ragazzi di New York cercavano di fuggire dagli attacchi di un misterioso mostro gigante che sta distruggendo la città, in The Darkest Dawn una ragazza, aspirante cineasta, riprende il caos di un’invasione aliena mentre lotta per rimanere in vita insieme alla sorella e a una banda di rissosi sopravvissuti. L’idea, pur non originale, ha un indefinito quid che suscita la nostra curiosità, ma s’inceppa nel suo non totale allineamento con la scelta registica messa a servizio della narrazione. Infatti, non sempre il modus filmandi della videocamera a mano ha la sua ragion d’essere e più di una volta non è chiaro chi sta riprendendo o come sia possibile che nessuno faccia osservazioni sul perché la protagonista stia sempre a filmare.
The Darkest Dawn cade in errore e tentazione sia nel voler raccontare tutto con la macchina a mano sia nel dover necessariamente porre delle ellissi narrative che frammentano il film. Allo stesso modo, ha un evidente desiderio di raccontare uno sviluppo degli eventi troppo esteso, che però implode nella scarsa durata del film (appena un’ora e un quarto), dovuta certamente a questioni produttive.

Ma forse il peccato più grave del film risiede nel suo finale. Perché vanifica il concetto alla base del genere, ossia quello del “video ritrovato”: la protagonista, infatti, da un elicottero in volo, getta nel vuoto la videocamera, destinando alla distruzione e all’oblio quanto ripreso. Sa un po’ come se il regista stesso, non soddisfatto del risultato complessivo ottenuto, se ne disfacesse. Peccato, perché alcuni passaggi registici sull’invasione aliena, pur isolati, non meritano questa triste sorte…

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