The Imitation Game: copia-incolla ad arte

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Se The Imitation Game fosse una canzone per il Festival di Sanremo, sarebbe una canzoncina in perfetto stile sanremese, ariosa, con il ritornello giusto, di quelle che mettono d’accordo tutti. Ecco The Imitation Game è un film giusto giusto per l’Academy, costruito per l’Academy, in pienissimo stile hollywoodiano, un compitino svolto bene, senza infamia e senza lode.

the-imitation-gameThe Imitation Game è un film perfettino, come uno di quei studenti da collegio con la matita sempre appuntata. Ma anche furbetto, di quelli che non esita a copiare per prendere quel mezzo voto, anzi premio, in più. Infatti è lanciatissimo per gli Oscar 2015, fiera del cinema che sembra iper-intenzionata a dare un premio a Benedict Cumberbatch. Ma il vero gioco di imitazione avviene con il caposaldo del cinema americano in materia di biopic su cervelloni: A Beautiful Mind (2001) di Ron Howard, sulla vita del matematico John Forbes Nash, film che non a caso vinse quattro premi Oscar tra cui Miglior Film e Miglior Regia. Dal film di Ron Howard The Imitation Game prende (maldestramente) in prestito, rimaneggiandole un po’, la battuta più nota (“Ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile”) e la scena più nota (quella al pub intorno alle “dinamiche dominanti” nelle relazioni uomo-donna). L’imitazione è quindi più una copiatura. Irrinunciabile, direte voi. Forse sì, ma The Imitation Game non fa nulla per dirci e darci qualcosa di nuovo. Sia chiaro, è un bel film, senza dubbio. Ma è una delle messinscene più tradizionali e tradizionaliste degli ultimi anni, privo del pur minimo tentativo d’estro registico, roba che partorita ai tempi del cinema classico americano dove chiarezza, leggibilità dell’immagine e drammatizzazione erano i paletti da rispettare.

Benedict Cumberbatch mette insieme una bella performance, con poche stonature, senza allontanarsi di mezzo passo dalla classica figurazione di genio disadattato cronico con tanto di scatti autistici, proprio come faceva Russel Crowe in A Beautiful Mind. Una buona prova per un attore bravo ma forse sopravvalutato. Al suo fianco l’ennesima fastidiosa performance di Keira Knightley, muso secco e iperteso che non c’incastra nulla né nel personaggio né nel film. È invece un piacere vedere sul grande schermo il magnetico e sornione Matthew Goode.

Un grosso merito, però, va riconosciuto a The Imitation Game: l’aver saputo spiegare e raccontare la grandezza di un uomo che ha cambiato le sorti di una guerra che pareva infinita e del mondo intero. Perché il mondo di oggi, senza Alan Turing, non esisterebbe così come lo conosciamo.

Insomma, The Imitation Game è una bella confezione, anche se con una carta e un contenuto un po’ vecchiotti. L’ennesimo tassello nel genere biopic (fermo al palo da oltre dieci anni) plasmato ad arte per incassare premi e lasciare Hollywood col cuoricino in pace…

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