The Interview di E.Goldberg e S.Rogen: recensione. Parte 2.

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Se sei arrivato qui è perché hai letto la prima parte della recensione di The Interview. Dunque procediamo!

the-interview-2The Interview è una satira, non propaganda, e sì sul potere, ma più televisivo che non nordcoreano. Il suo scopo principale è far ridere. “La mia speranza è che quando il film arriverà nelle sale quello che si dica è che è divertente” ha detto James Franco. E in questo The Interview ci riesce a mani piene, ma non a mani basse. Spassoso, sfrontato, spumeggiante in più passaggi. Come il precedente Facciamola finita, denso di quella comicità volgare tipicamente americana che fa leva su battute a sfondo sessuale e scatologico senza alcun filtro o avvisaglia, fa ridere e disgustare allo stesso tempo. In apparenza demenziale, anzi volutamente in apparenza demenziale, The Interview è in realtà un concentrato di geniale stupidità. Tranquilli, non è una contraddizione in termini, perché qui sta la forza della sceneggiatura di Evan Goldberg  e Seth Rogen. Ciò che sembra stupido, in realtà è estremamente studiato a tavolino da due cervelli sopraffini in termini di acume satirico e girandole di cazzate. Ed il risultato è senza dubbio assai migliore del già citato Facciamola finita. Infatti se il film del 2013 sulla fine del mondo era un’accozzaglia di gag, sketch e battutacce inanellate una di seguito all’altra cercando di raffazzonare in itinere un filo rosso, The Interview ha una storia decente come impalcatura, con un paio di semplici colpi di scena, qualche passaggio da thriller, qualche altro da spy-story, una goliardica ma non macchiettistica definizione dei personaggi, derive splatter da far sbellicare.

Online si legge di tutto, soprattutto di gente delusa perché s’aspettava un “film impegnato”. Questa è la vera miopia, la vera stupidità, perché vuol dire essere ignoranti, parlare a vanvera solo perché si ha una bocca a cui dover dar fiato. Significa non conoscere i registi di cui si sta parlando. È come aspettarsi un cine-panettone da Lars Von Trier o una commedia demenziale da David Lynch.

A dimostrazione della sua intelligenza, alla base di The Interview c’è l’idea dell’intervista, che affonda le radici nello storico face to face tra David Frost e Richard Nixon, in cui il giornalista britannico mise letteralmente nell’angolo il 37° Presidente degli Stati Uniti in merito allo scandalo Watergate. The Interview cerca di fare lo stesso (o quasi) mettendo di fronte il rampante giornalista Dave Skylark (James Franco) e il compagnone Kim Jong-un (Randall Park). I due regalano scenette da crampi alla pancia. James Franco in particolare è il vero mattatore di The Interview, sempre sopra le righe e sempre sul pezzo, di una mimica e una variazione dei toni recitativi da ricordare il Jim Carrey dei tempi d’oro.

Alla fine della fiera, The Interview non è troppo interessato al lato politico nè prettamente a fare satira contro la Corea del Nord, non ha nessun intento politico, tantomeno ribelle o rivoluzionario. Sceglie la Corea del Nord perché perfetta per i suoi scopi comici e la voglia di andare oltre ogni oltre, fino ad uccidere il leader nordcoreano (che, proprio come tutto il polverone suscitato dal film, scoppia come un palloncino). Con questo, in toni e allusioni ci va giù pesante, fino a presentarci il leader nordcoreano con appellativi che non vi svelo, ma certamente non lusinghieri. La canzonatura è forte, ma al pari livello di quella inflitta ai quei talk show americani (rappresentati dallo scriteriato Dave Skylark), tutti proiettati verso un finto e malato giornalismo arrembante, pronto allo scoop più becero e inutile pur di fare un alto share.

Insomma, che altro dire su The Interview se non che la Corea del Nord ha confuso questo grande joke dal gusto molto pop con un attacco al potere, un fuoco d’artificio (quei Fireworks della canzone di Katy Perry, vero leitmotiv del film) per una bomba. A salve.

Un commento

  • Mi sa che non ci speravi più in un mio commento sgrammaticato, e invece eccolo qui. Ora che leggo la tua opinione più strutturata rispetto alla volta in cui l’abbiamo visto insieme, ammiro intanto il modo in cui la difendi. Non mi trovo del tutto d’accordo su alcuni punti: il film è abbastanza geniale, si per l’idea, per il fatto di essere riuscito a montare su un caso che ha fatto parlare di sé. Io mi sarei concentrato su questo fatto che a volte c’è una pervicace volontà nel riuscire a montare un caso che faccia pubblicità al film, e secondo me The interview si appoggia un po’ su questo. E avrei insistito anche sul fatto che oltre ad essere geniale per queste cose, in alcune cose è molto molto stupido, e sottolineo molto. Ma di una stupidità simpatica, sullo stile da scary movie o giù di li, si. Non avevo particolari aspettative sul film, detto questo, eh. E un’altra cosa: un po’ di propaganda lo è anche, secondo me, non è solo satira. Rimette al centro la visione molto americana sulla dittatura nord coreana. Un po’ gioca su quella visione, ma molto è anche passato per buono. Comunque, ammetto che forse noi abbiamo una visione troppo “democratica” della libertà di espressione (o almeno di una certa libertà di espressione), e il caso di Je suis charlie in questo senso ti da clamorosamente ragione. Per cui in fin dei conti chapeau, sia per la scrittura che per la visione del tutto.

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