The Judge: la recensione.

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The-JudgeIn The Judge Harry “Hank” Palmer (Robert Downey jr.) è un cinico avvocato di Chicago specialista nel difendere i peggiori delinquenti di ogni razza, purché in grado di pagare le sue profumatissime prestazioni. Che, inevitabilmente, si riflettono in uno stile di vita coerente con la personalità del percettore:  villa e auto di lusso, matrimonio in crisi, una giovane figlia che soffre la costante assenza del padre.

Un brutto giorno lo spregiudicato Hank riceve la notizia della morte della mamma, che non vede da vent’anni come del resto tutti gli altri membri della famiglia, tuttora residenti nella piccola cittadina dell’Indiana in cui sono cresciuti: i fratelli Glen e Dale (il primo ex promessa del baseball ridottosi a fare il gommista, l’altro un ragazzo ritardato con la fissa della cinepresa),  e soprattutto l’ingombrante padre Joseph (Robert Duvall), giudice del tribunale locale in servizio da oltre quarant’anni e considerato da tutto il paese un autentico esempio di onestà e rettitudine.

Il rapporto tra Hank e il padre è ovviamente burrascoso: troppe le differenze caratteriali e personali tra un genitore severissimo e poco malleabile e un figlio indipendente e rancoroso che cerca di limitare la sua presenza in paese al tempo strettamente necessario per le esequie. Succede però che “Il Giudice” (come viene chiamato Joseph, anche dai familiari più stretti) la notte stessa del funerale viene accusato di aver volutamente investito con la macchina un criminale appena uscito di prigione, che guarda caso lui stesso aveva spedito in galera due decenni prima… il resto potete immaginarlo: accetterà il vecchio tutore della legge di farsi difendere dal figlio che ha ripudiato per così tanto tempo?

Personalmente ho sempre amato poco i “legal-thriller”, che pure costituiscono un genere cinematografico a tutti gli effetti e sempre vivo e vegeto negli anni. Il problema è che si tratta di un genere prevalentemente americano (anzi, hollywoodiano), che spesso e volentieri sfrutta la struttura del film processuale per affrontare temi piuttosto abusati e tipici del più abietto conservatorismo a stelle e strisce: i continui riferimenti alla famiglia tradizionale, l’eterno conflitto generazionale tra padre e figlio, l’assoluta (e accecante) fede nel sistema giudiziario americano, il solito trionfo degli ideali e dei buoni sentimenti, che si traducono in uno stucchevole perbenismo di facciata…

The Judge non sfugge affatto a questi stereotipi: e certo non bastano le buone prestazioni interpretative dei due protagonisti principali (Downey e Duvall) e anche di quelli secondari (tra i quali spiccano Vera Farmiga e il redivivo Billy Bob Thornton) per confezionare un film discreto ma assolutamente scontato, dalla durata fiume (due ore e mezza) e con almeno 2-3 finali di troppo. La sensazione è che un prodotto del genere nasca già vecchio di suo, e che difficilmente si possa sfuggire ad una retorica imperante che alterna frequenti inquadrature della bandiera americana agli immancabili filmini familiari in Super 8: peccato, perché asciugando un po’ di melassa si poteva almeno tentare una bella riflessione sulla vecchiaia e i valori di una società basata sull’accumulo di ricchezza. Ma nella Hollywood di oggi è praticamente impossibile.

Guest post scritto da Sauro Scarpelli (http://solaris-film.blogspot.it/)

3 commenti

  • Mi aspettavo qualcosa di più da questa pellicola.. vale comunque una visione a mio parere per la presenza di due big come Duvall e Downey sulla scena..

  • Credo che da questo film ci si potesse aspettare più “rivoluzione”,
    invece come dici tu, soffre dei paradigmi stereotipati di cui soffre la
    maggior parte dei legal thriller..

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