The Man in the High Castle: la recensione

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the man in the high castleGuest post scritto da Fabio Raffo
redattore per il sito Action Parallèle

1947: Fine della Seconda Guerra Mondiale. I nazisti e l’impero giapponese vincono la guerra, dopo che il Terzo Reich ha lanciato una bomba atomica su Washington D.C., radendo al suolo la città. Il Nord America è diviso in tre: l’est, occupato dai Giapponesi, il centro, terra di nessuno in cui vige la legge della giungla, e l’ovest, parte del Grande Terzo Reich.

1962: Adolf Hitler è sempre a capo del suo impero, ma è ormai anziano e malato: si scatena così una lotta feroce e intestina per la successione al potere tra gli altri leader nazisti. L’alleanza tra Germania e Giappone formalmente resta ancora in piedi, per volere di Hitler, ma molti cospirano in entrambe le fazioni per far scoppiare una terza guerra mondiale dagli effetti devastanti per l’umanità. Nel frattempo sacche di resistenza continuano ad opporsi al potere costituito, cercando tutte le copie del film proibito La cavalletta non si alzerà mai più: la pellicola, prodotta dalla misteriosa figura dell’Uomo nell’Alto Castello, mostra una realtà alternativa in cui gli Stati Uniti hanno vinto la guerra, e sembra avere anche dei poteri sconosciuti…

Un incubo tremendo? No, semplicemente qualche assaggio della trama della serie The man in the high castle, uscita nel 2015 su Amazon e prodotta da Ridley Scott, di cui si spera esca presto anche la seconda stagione. La fonte d’ispirazione è il libro omonimo di Philip K. Dick, tradotto in italiano con il suggestivo titolo La svastica sul sole). Dick, scrittore cult di fantascienza degli anni Sessanta, è stato per altro fonte di ispirazione per film come Minority Report di Spielberg o Blade Runner dello stesso Scott.

Rispetto al libro, in quanto incompiuto, The man in the high castle ha la possibilità di prendersi alcune libertà sulla trama. Intanto nel testo Hitler è una figura molto marginale: gli altri leader nazisti si liberano presto di lui, rinchiudendolo in un manicomio subito dopo la vittoria della guerra. La sua presenza nella serie presenta alcuni difetti, soprattutto dal punto di vista della cura storica: appare infatti totalmente incoerente la volontà del personaggio di Hitler in merito al mantenere la pace e lo status quo tra Germania e Giappone, quando invece sappiamo quali siano state le reali politiche belliche del dittatore tedesco. D’altra parte, dal punto di vista della regia, è assai ingegnosa l’idea di aumentare la suspense attorno a questo personaggio, lasciandolo nell’ombra o mostrando i contorni del suo viso sfumati e poco chiari: lo spettatore è curioso di vedere il volto invecchiato del dittatore. Volendo fare un confronto con una serie italiana, lo stesso tipo di scelta è stata fatta in 1992 rispetto al personaggio di Silvio Berlusconi, e anche in questo caso si è rivelata una scelta registicamente suggestiva.

Altri cambiamenti rispetto al libro, più ampi, riguardano i personaggi: alcuni sono inventati di sana pianta, altri vedono il loro ruolo trasformarsi in modo piuttosto massiccio. In questi cambiamenti è intervenuto anche un fattore di rinnovamento della serie rispetto al libro scritto nel 1962. In esso K. Dick sembrava un po’ troppo tenero nei confronti dei Giapponesi, mentre i Nazisti sono senza alcun dubbio terrificanti. Nella serie gli schieramenti sembrano un po’ meno schematici. Lo dimostra il personaggio di John Smith, capo delle SS a New York: spietato e terribilmente efficace contro i suoi nemici, Smith si dimostra al contempo padre di famiglia affettuoso e seguace convinto del nuovo ordine.

Dal canto suo, però, il libro proponeva un elemento interessante che non è stato approfondito nella serie. In K. Dick La cavalletta non si alzerà mai più, l’opera proibita fatta diffondere dall’Uomo nell’Alto Castello, mostrava sì una realtà alternativa, in cui gli alleati vincevano effettivamente la guerra, ma questa realtà non corrispondeva comunque al nostro passato storico: invece di suicidarsi, Hitler subisce un processo dopo la disfatta e il ruolo della Gran Bretagna è molto più determinante.

Concludendo, The man in the high castle presenta qualche lentezza nei primi episodi: ci vogliono tre o quattro puntate, com’è solito, perché il ritmo, pur buono, diventi veramente avvincente. Vi è quindi un vero e proprio climax negli episodi centrali, in cui il personaggio di Juliana, inseguito dagli agenti nazisti, fugge verso est per consegnare una copia della pellicola proibita ai membri della resistenza. Poi la serie sembra nuovamente un po’ perdersi, fino ad un eclatante colpo di scena nel decimo e ultimo episodio, che mantiene alta la curiosità in vista della seconda stagione…

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