This is not a film, il non-film di Panahi sulla sua prigionia

Leggi e vota il post 1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (Vota per primo)
Loading...

JafarPanahi“Quando mi annoio, riprendo” afferma Jafar Panahi mentre con la videocamera del telefonino s’accinge a immortalare dalla finestra il suo Paese in rivolta. E’ una della molteplici sequenze che strutturano This is not a film, il documentario girato da Panahi, entro le mura di casa, con l’aiuto dell’amico e regista iraniano Mojtaba Mirtahmasb (al quale il 5 settembre scorso, a Tehran, è stato confiscato il passaporto al momento dell’imbarco per un volo diretto in Europa).

Il 20 dicembre 2010 Panahi viene condannato a 6 anni di reclusione e gli viene inoltre proibita la possibilità di dirigere, scrivere, produrre film e lasciare la terra natia per 20 anni. Il grande regista de Il cerchio viene così confinato in un’incarcerazione artistica e mentale. Ma clandestinamente riesce a girare questa piccola perla, presentata prima a Cannes 2011 e poi come film-evento l’ultimo giorno di Venezia 68.

Un’opera semplice e forte, ordinaria negli ambienti, straordinaria nei contenuti. Che colpisce al cuore del cinema e dello spettatore, che fa riflettere e commuovere, indignare e stupire. Panahi si mostra in tutta la sua umanità, fatta di sofferenza emotiva e voglia di creare arte, speranza di novità dal tribunale e triste disincanto sul suo futuro. La voce talvolta spezzata e i suoi occhi appensantiti dalla fatica della prigionia aprono brecce nell’anima del pubblico.

E’ strabiliante notare come i soggetti cinematografici si presentano a Panahi improvvisamente, in modo non voluto e non premeditato: la rivolta in strada, le lente “scorribande” dell’iguana per l’appartamento, l’arrivo del “ragazzo dell’immondizia”. A queste si alternano le telefonate fatte all’avvocato e all’amico regista, ma anche le spiegazioni di alcune parti di suoi film. Ma soprattutto meraviglia, turba e suscita emozione quando, con l’aiuto di scotch a terra e tanta fantasia, racconta le scene del film che ha scritto e che ancora non è riuscito a fare. Degne di nota e di sorridenti applausi sono i titoli di coda, con i ringraziamenti a collaboratori invisibili, sostituiti da puntini di anonimato e sospensione. Piccole grandi trovate per un non-film dove va in scena la vita, la vita vera, di uno dei massimi rappresentanti del cinema mondiale. Un’opera che esalta le potenzialità del cinema, capace di crescere anche dove si è fatto terra bruciata tutto intorno.

Un commento

  • Panahi si racconta in questo film, racconta la sua prigionia, le sue speranze che, a tratti, prendono piede e, a tratti, sono soppiantate dalla rassegnazione e dallo sconforto; uno sconforto così profondo da portarlo a pensare che, forse, non ha più neanche senso girarlo un film se si riesce a raccontarlo a parole delimitando la scenografia con del semplice scotch e con dei cuscini che rapprensentano gli oggetti all’interno di una casa….
    L’emozione profonda di fare il regista ritorna, però, nelle piccole cose quotidiane, casualmente, dalla colazione o non appena una vicina suona per lasciargli il cane o il portiere viene a ritirare la spazzatura….

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.