Tre manifesti a Ebbing, Missouri: il capolavoro di Martin McDonagh

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MERAVIGLIOSO – ESILARANTE – COMMOVENTE
Questi i tre aggettivi che potremmo scrivere a caratteri cubitali sui tre enormi manifesti del titolo del capolavoro di Martin McDonagh, Tre manifesti a Ebbing, Missouri. Accolto con folle entusiasmo e rumoroso consenso a Venezia 74, il film si è aggiudicato solo il premio per la miglior sceneggiatura, quando ce ne stavano ben altri (su tutti la Coppa Volpi a Frances McDormand e il Gran Premio della Giuria). Ma le giurie, si sa, hanno troppe correnti interne a soffiare, e il meglio spesso rimane giù dal podio.

Alla faccia della mancata statuetta dorata, Tre manifesti a Ebbing, Missouri è già uno dei film più belli della nuova stagione cinematografica. Martin McDonagh mette tutto perfettamente a fuoco: regia, sceneggiatura, prove attoriali, mischiando, come un esperto alchimista delle emozioni, risate e lacrime, spingendosi fino allo spasso e al lacrimone trattenuto a stento.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri è bello, non vergogniamoci a usare ogni tanto l’aggettivo più banale del mondo: Tre manifesti a Ebbing, Missouri è proprio bello. Non una sbavatura, non un dialogo di troppo, non uno strappo di regia. Quest’ultima, fluidissima, trova il suo apice e il cambio di passo in quel piano sequenza centrale che ci porta di qua e di là da una strada, su e giù tra due palazzi, alle spalle del passo minaccioso e determinato di un attore che ci auguriamo arrivi presto all’Oscar: Sam Rockwell. Dietro quello sguardo torvo e spippato, dietro quelle movenze marcate e claudicanti, c’è un attore che sa il fatto suo, e che, se vuole, sa caricarsi sulle spalle il peso di un film intero. Anche se stavolta, quel peso, si è fatto piacevole perché smezzato con l’ennesima prova titanica di Frances McDormand e di Woody Harrelson. Attori in stato di grazia per un film in stato di grazia.

Il dolore lacerante di una madre che ha perso brutalmente la figlia, la ricerca della verità, il desiderio di riscatto e di giustizia, ma anche di auto-affermazione personale. Tanti temi che non si pestano i piedi l’un l’altro né (s)corrono a compartimenti stagni, ma si mischiano in una sceneggiatura che ci interroga sulle ragioni dei nostri sentimenti, verso un finale geniale e inaspettato intorno alla massima che “rabbia genera solo altra rabbia”.

Scritto da Pietro Braccio.

2 commenti

  • Completamente d’accordo sugli elogi agli attori, interpretazioni della McDormand e di Rockwell assolutamente eccezionali, così sporche, così vive, un pungno dritto sullo stomaco, così piacevolmente soffocante. Sí, un film proprio bello, non direi impeccabile, ma bello. Una cruda rappresentazione di quell’America profonda, l’America di provincia, là dove il sostegno trumpiano mostra tutti i suoi sintomi destabilizzanti. È uno schiaffo bello forte, un tonfo che rimbomba nella gola di quel pozzo che ha chiuso in sé l’immagine, o la realtà, politico-sociale degli Stati Uniti.

    • Sì sono perfettamente d’accordo. Credo anche io che sia un film che “fa male” agli Usa. O meglio ad alcuni Stati. Penso al Missouri, al Texas, a certi Stati in cui il razzismo raccontato nel film è davvero ancora vivo e cocente. Credo che in America si esca di sala con il forte straniamento di essere stati due ore a guardarsi allo specchio tanta è la realtà evocata dal regista.

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