Tutto quello che vuoi di Francesco Bruni: recensione

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tutto quello che vuoiLo ammetto sin da principio: sono un fan di Francesco Bruni. Scialla! nel 2011 fu un colpo di fulmine, uno sparo al cuore, nuova benzina per la commedia italiana. Non a caso, al tempo, vinse a mani basse il Controcampo Italiano del Festival di Venezia targato Marco Muller. Poi, assai più in sordina, nel 2014 è arrivato Noi 4, film piccolo, intimista, su una famiglia che vuole ritrovarsi e riunirsi. Un’opera seconda che suonava come di passaggio, di ponte verso qualcosa di più articolato e compiuto. Quel qualcosa è Tutto quello che vuoi (2017). Al centro sempre le relazioni, gli affetti, la famiglia, gli egoismi di ciascuno che vanno in frantumi nell’incontro con chi crediamo distante da noi.

Tutto quello che vuoi è l’incontro tra giovani e vecchi, tra un ventenne e un ottantenne. Il primo è un piccolo delinquentello senza arte né parte, il secondo è un grande poeta del passato, uomo che ha fatto la guerra, ora con l’Alzheimer. Alessandro (Andrea Carpenzano) per sbarcare il lunario accetta di fare il badante di Giorgio (Giuliano Montaldo). Tra i due nasce un’amicizia, assolutamente inaspettata, che li porterà a fare una gita che da geografica assumerà i contorni di un viaggio nel tempo e nella memoria, oramai confusa, dell’anziano scrittore.

Tutto quello che vuoi ha le fattezze della più classica commedia made in Italy. Con tanto di alcune forzature, dal gusto un po’ televisivo, che lasciano storcere la bocca. Allo stesso tempo, però, ha dei momenti assolutamente riusciti, come svariati ambientati nella casa dell’anziano o la sequenza finale che strappa quel sorriso in più necessario per agguantare l’happy end. Francesco Bruni non dimentica, quindi, la sua natura originale, il suo essere sceneggiatore di fino prima che regista, e questo è strategico perché gli permette di differenziarsi dalla massa.

Tutto quello che vuoi, inoltre, senza alcun tipo di arroganza né facile didascalismo, getta uno sguardo sincero e pulito sulla situazione dei giovani oggi, sulla precarietà, sull’accettazione di lavori “che nessuno vuole fare” perché degradanti. Bruni punta una luce calda su questo aspetto, portando a galla quel lato umano che può scaturire (anche) da un lavoro che non piace, ma serve. Tutto quello che vuoi ha quindi la fortuna, o forse la lungimiranza, di uscire nel momento storico perfetto per (pro)porci questa riflessione, forse con un po’ di buonismo, ma anche con efficacia.

Infine, Bruni conferma d’essere un ottimo talent scout. Se nel 2011 ha praticamente scoperto e lanciato il bravissimo Filippo Scicchitano, stavolta è riuscito a fare il bis con Andrea Carpenzano, nuovo volto del cinema in romanaccio di cui sentiremo ancora parlare.

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