Una folle passione: una folle delusione

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una-folle-passioneChi dice donna, dice danno. Questo vale sia per la protagonista Serena (Jennifer Lawrence) sia per la regista Susanne Bier. La prima è un diavolo travestito da angelo che fa innamorare di sé a prima vista il malcapitato di turno, George Pemberton (Bradley Cooper), e lo rovina nella vita e negli affari; la seconda è una regista in piena crisi, che una volta sbarcata in America ha dimenticato i fasti di un tempo, di un capolavoro come In un mondo migliore (tra le altre cose Oscar come Miglior Film Straniero nel 2011).

Perché, ma soprattutto perché? L’interrogativo sorge spontaneo sia in itinere sia giunti in fondo a Una folle passione. Perché fare un film così inutile? Perché sprecare un monte di soldi per un film che non ha nessun motivo d’esistere né d’essere ricordato? Tratto dall’omonimo romanzo scritto da Ron Rash, Una folle passione è un algido melò a metà strada tra un feuilleton dell’Ottocento e un ridicolo intrigo d’amore e morte di Rete 4 perfetto per il post pranzo (quando scatta il pisolino). Tutto è prevedibile, patetico, addirittura ridondante (per chi l’avesse sfortunatamente visto si pensi al ferimento del personaggio di Galloway interpretato da Rhys Ifans). È l’ennesimo e tipico caso di come cinema e letteratura non siano sempre compatibili o interscambiabili nel raccontare la stessa storia. Io non ho letto il romanzo di Ron Rash, ma sicuramente a livello letterario la storia di Serena funzionava.

Che il film fosse nato col piede sbagliato lo si era capito da tempo. Girato in fretta e furia tra la fine delle riprese de Il lato positivo e l’inizio di quelle di American Hustle, Una folle passione era il film che nessuno voleva, né i festival né le sale. Proposto alle maggiori kermesse internazionali è stato snobbato da tutti, mentre l’uscita in sala è stata più volte rimandata, come se anche il distributore (Eagle Pictures) non credesse nel film e temesse l’insindacabile giudizio del pubblico.

Una folle passione non decolla mai, complice anche un montaggio che non attribuisce stile né crea respiro narrativo. Ha un po’ gli stessi difetti che aveva Love is all you need, ma lì almeno c’era un brizzolato e sornione Pierce Brosnan a salvare la baracca. Qui Jennifer Lawrence e Bradley Cooper non hanno i volti giusti per questi personaggi. Premesso che non ne possiamo più di vederli recitare insieme, e che ora la coppia va fatta scoppiare, la Lawrence raffazzona forse la prova più manierista e pasticciata della sua carriera. Dietro quel musino da scoiattolo di Mago Merlino, non basta qualche sguardo languido o smorfia da bimba piagnucolosa o primissimi piani in attesa di una furtiva lacrima per ottenere la sufficienza. Stavolta l’ha toppata del tutto. Al suo fianco un Bradley Cooper che, nonostante tutto, ha salva la faccia. Teso e impostato, è però statuario e sicuro in una performance che dimostra ancora una volta come sia un buonissimo attore in pieno stile hollywoodiano.

Se guardiamo al dietro le quinte del film, viene da chiedersi cosa ne sarebbe stato, come per un periodo si vociferò, se l’avesse diretto Darren Aronofsky con protagonista Angelina Jolie. Senza dubbio un film con un trip e un grip psicologico e psichico certamente maggiore.

Dopo aver messo in fila due fiaschi di seguito, Susanne Bier è una regista finita, o quantomeno in crisi? Forse sì. Ma tra i suoi prossimi progetti c’è il drammatico A Second Chance. E’ girato in Danimarca, e questo fa ben sperare. Cara Susanne, #staiSerena, ti diamo una second chance. Ma non la sprecare…

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