Quando la notte: la recensione

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Quando-la-notteSecondo film italiano in concorso a Venezia 68, Quando la notte di Cristina Comencini si pone sulla stessa linea dei precedenti “La bestia nel cuore” e “Il più bel giorno della mia vita”, ovvero sani drammoni sui temi della famiglia, la sessualità, gli affetti. In questo caso assistiamo all’incontro tra Marina (Claudia Pandolfi), mamma stressata e semi-sola con un bambino piccolo pestifero da badare e tirar su, e Manfred (Filippo Timi), guida alpina rabbiosa, scostante e silenziosa con una tragica infanzia alle spalle e nel cuore. Li lega un rapporto di odi-et-amo, che pian piano li condurrà l’una nelle braccia dell’altro. Ma campa cavallo che l’erba cresce…

Come già successo in passato, la Comencini plasma il suo film partendo dall’omonimo romanzo da lei stessa scritto, pubblicato da Feltrinelli nel 2009. Il risultato è una pellicola d’impatto, passionale, intensa, che coinvolge senza intoppi melensi o momenti di stagnante e inutile standby (anche se una decina di minuti in meno non avrebbe certo guastato). Il pathos c’è, si fa immagine sequenza dopo sequenza e pesa sull’anima dello spettatore. A renderlo palpabile sono i due magistrali protagonisti: Claudia Pandolfi e Filippo Timi. L’opera campa sulle loro robuste e temprate spalle. La Pandolfi convince, scuote e urta la nostra sensibilità, ma a lungo andare la sua solita smorfia di dolore e la voce piagnucolante e spezzata da sospironi asmatici satura i comuni livelli di sopportazione. Rimane impressa la sequenza nella quale cucina cantando Fotoromanza di Gianna Nannini. Timi è ormai l’indiscussa punta di diamante del cinema nostrano. Pur in una parte meno invasiva ed invadente della sua compare, lascia senza parole, con una recitazione sentita e sincera, senza sbavature, che culmina in un esile bacio in piano sequenza con tanto di furtiva lacrima lungo la guancia barbuta. Proprio in virtù di un certosino lavoro sugli attori e sui personaggi, la regista rinuncia a grosse trovate tecniche. Degna di nota solo la miopia di Manfred resa con la non messa a fuoco delle sue soggettive. E sempre in nome di questa attenzione alta e ben ferma sull’immanenza delle situazioni, abbandona buona parte di quello sfizioso onirismo che avvolge Il più bel giorno della mia vita.

Pur essendo una commedia di gusto borghese, non rimane però imprigionata entro le quattro mura domestiche, ma vola alto, sulle cime del Monte Rosa e pendii simili, dimostrando come il cinema made in Italy posso trovare ossigeno anche lontano della solite tavolate della domenica.

Insomma, tra toni cromatici freddi e montagnosi che circoscrivono contenuti densi di calore e pathos, Quando la notte è un film da vedere, che proprio come il rapporto iniziale tra Marina e Manfred, o lo si odia o lo sia ama. Ma così è per tutti i film di Cristina Comencini.

Un commento

  • I film precedenti della Comencini non mi hanno entusiasmato molto, anzi… I soliti drammi domestici, i fratelli omosessuali che non hanno il coraggio di dirlo ai genitori, il marito tradito e l’amante.
    “Quando la notte”, invece, riesce a trasmettere l’emozione pur essendo una storia non proprio originalissima; sarà perchè gli fanno da sfondo bellissimi paesaggi montani, sarà perchè non calca molto la mano sulla storia d’amore di per sè, quanto sui sentimenti e sui drammi presenti e passati dei protagonisti, fatto sta che tiene incollati allo schermo, cosa che, per un film italiano del genere, non è per niente scontata.

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