L’ intrepido: il tonfo clamoroso di un regista irriconoscibile

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lintrepidoUn film per intrepidi. O incoscienti. Non sono proprio sinonimi, ma questa volta forse sì.

Intrepido è un intenso Antonio Albanese nel caricarsi sulle spalle l’onere di un film così sfuggente, inconsistente, incerto. Intrepido è Gianni Amelio nel tornare al cinema con un’opera che pare il frutto (acerbo) di un impacciato esordiente. Intrepido è stato Alberto Barbera nel suo volere fortissimamente volere questa pellicola nelle file nostrane di Venezia 70 (bella figura sì!). Intrepidi siamo noi che decidiamo di vedere questo film imbarazzante e ridicolo. Intrepidi o incoscienti?

Eppure, in tempo di crisi economica, un film con questo spunto di base ci voleva: Antonio Pane di “mestiere” fa il rimpiazzatore. Una mattina non puoi andare a lavorare? Ci va lui al posto tuo. E così s’improvvisa postino, sarto, operaio, ferrotranviere, venditore di rose. Diciamocelo: un’idea geniale! Che però Gianni Amelio non ha saputo tirare su. L’intrepido è populista nel suo indugiare alla superficie del tema più scottante di sempre: il lavoro. Privo di mordente, slancio, suspense per una storia che ha tutte le carte in regola per essere un’ “avventurosa” epopea nell’Italia disoccupata di oggi, si addormenta sulla flemma delle belle note jazz che accompagnano molte sequenze.

La regia rimane scialba, impersonale, apatica. La sceneggiatura è una groviera. E non salvano certo la baracca un paio di citazioni cinematografiche buttate qua e là (Tempi moderni di Chaplin con Antonio alle prese con l’asciugatrice automatica e il graffito La terra trema che inneggia al capolavoro di Visconti).

Antonio Pane, che nel cognome porta il fine di ogni giornata lavorativa (la pagnotta!), è l’incarnazione di chi barcolla ma non molla, di chi non si dà mai per vinto. Ma nonostante la credibile e puntuale performance di Antonio Albanese, manca di realismo nel suo stoico procedere controvento senza lamentarsi mai, neppure una volta. Il lavoro non c’è, il part-time si fa sempre più estremo e Antonio Pane manca di “umanità”, di quella pennellata che (di)mostri come anche lui sia fatto di lacrime e sangue.

Sprecando due righe sul resto del cast artistico, capitanato dalla giovane e impostata Livia Rossi, offre una prova da attore teatrale alle prime armi, di chi pare appena uscito da una mediocre scuola di recitazione.

Insomma, L’intrepido è il tonfo clamoroso di un regista irriconoscibile.

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