Parkland: JFK al Zac Efron Hospital

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parklandSe non fosse per Zac Efron, Parkland potrebbe quasi essere un film accettabile. L’ex giovine di High School Musical non recupera la brutta figura fatta lo scorso anno in At any price. Anzi, riesce nell’impossibile: fa peggio. Se a Venezia 69 il film di Ramin Bahrani era di finzione, qui il peccato si aggrava considerando la true story narrata. La tentata e disperatissima rianimazione del corpo esanime del presidente Kennedy assume contorni comici, di uno splatterone in cui l’attaccamento alla nazione rimane sullo sfondo. Il suo volto crea smorfie di dolore e paura impostate, in posa statica, indegne per un’opera incentrata su uno dei giorni più cupi della storia americana.
Superato questo handicap, Parkland è un film corale che si fa guardare senza la pretesa di essere un monumentale national biopic politico, cercando di creare nuova tensione su uno dei (mis)fatti più noti al mondo.
Un film che nel finale rischia addirittura di passare per non-patriottico se non fosse per la chiusura con voce radio-televisiva che auspica come la morte di JFK possa non essere una tragedia vana. Infatti, i funerali del cecchino Oswald vengono mostrati in parallelo a quelli di Kennedy, così che i due appaiono quasi dotati della stessa “caratura” morale, politica, sociale. Ma è soprattutto l’aggiunta dell’insabbiamento dei file riguardanti il defunto attentatore che rischia di far scivolare il tutto verso il perdono e l’oblio di un gesto che gettò nel caos l’America e il mondo.

Oltre la Storia raccontata, Parkland è quindi un film fortemente americano, che punta sull’emozione, su una chiave umana che lascia in ombra ogni tentativo di indagine politica. Un filmettino per suggestionabili laureandi fuori corso in Storia Contemporanea da vedere in una serata piovosa, tra religioso silenzio e croccanti popcorn, sbracati sul divano con la tesa riversa “indietro e a sinistra”, come ripeteva Kevin Costner nel film del ’91 di Oliver Stone.

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