#Venezia70: Sacro GRA e quel Leone d’Oro che non ci sta…

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sacrograMinuti e minuti d’applausi a fine proiezione in Sala Grande, standing ovation come ancora non se ne erano viste a Venezia 70, urla di complimenti simili a cori da stadio. Le reazioni a Sacro GRA mi hanno lasciato assolutamente basito su come un film così piccolo, e mediocre, possa essere enfatizzato e osannato all’eccesso, fuori misura, in modo irrazionale e sproporzionato. Il pubblico tramutato in una grossa claque. Una sensazione di shock che ha preso le fattezze di un incubo nel momento in cui Bertolucci ha consegnato il Leone d’Oro a Gianfranco Rosi. Apriti cielo!
Personalmente trovo quella statuetta un sacrilegio! Giudicata dal presidente di giuria come un’opera sorprendente, mi è parsa una pellicola davvero “in tono minore” tra quelle viste in concorso. Un’opera circoscritta come la realtà “anulare” raccontata, che diverte e aggrada, ma nulla di più. L’umanità profana di Sacro GRA lascia in noi, o almeno in me, un segno debole, destinato a svanire una volta alzatisi dalla poltroncina. Ma quel Leone ha il potere di rafforzare quel segno col cilicio dello sdegno. Lo sdegno di un premio ingiusto per un film che, tutt’al più, poteva vincere una menzione speciale, ma non essere incoronato come “miglior film”, un’espressione che racchiude in sé la “perfezione” in ogni aspetto tecnico-artistico del prodotto cinematografico. Invece la regia di Rosi è neutra, basica, lascia parlare i suoi non-attori, che, come nel caso del Jep Gambardella di turno con sigaro in bocca e castello pronto all’affitto per fotoromanzi di serie b, prendono i contorni di macchiette.

Un premio che, inoltre, si tinge doppiamente di valenza “politica”. Bertolucci premia col massimo riconoscimento un’opera nostrana. Un atto “autoreferenziale” già visto nel ’98 quando a vincere fu Così ridevano di Gianni Amelio e a premiare fu Ettore Scola. Anche ai benpensanti la cosa puzza di bruciato. Patriottismo spicciolo e nazionalismo sterile per un gesto che cerca di rilanciare goffamente il cinema made in Italy sulle piazze internazionali.
In secondo luogo si va a premiare un documentario al primo anno in cui questo genere approda in concorso al Lido dopo essere stato fonte di polemica per il Barbera bis (al quale cmq riconosciamo grande coraggio!). Un atto che concretizza volatili parole secondo cui è ormai tempo di riconoscere il documentario come Cinema. Su questo siamo tutti d’accordo, ma così è sbrodolarsi…

Insomma, un premio che lascia tanto amaro e aspro in bocca, non giustificato, che riduce e riconduce il cinema a politica. Ma non è l’unico premio che non condivido. In breve:

          non convince il doppio premio (miglior regia e miglior attore) a Miss Violence di Alexandros Avranas. Il troppo stroppia. La grigia, pallida e spietata prova attoriale di Themis Panou è niente in confronto a quella di Scott Haze in Child of God di James Franco.

          lascia grossi dubbi anche la Coppa Volpi femminile a Elena Cotta in Via Castellana Bandiera di Emma Dante. Un riconoscimento che sa più di premio alla carriera per una grande donna del teatro italiano. Non era forse il caso di premiare l’intensa prova della giovane Mia Wasikowska nello splendido Tracks di John Curran? Altro che largo ai giovani…

     sa di contentino il premio per la miglior sceneggiatura a Philomena di Stephen Frears. Giusto eh! La sceneggiatura è certamente la migliore di Venezia 70. Ma il film del regista inglese, osannato da critica e pubblico, era così solido da meritare il leoncino d’oro…

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