Zona d’ombra, la recensione

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Recensione del film Concussion – Zona d’ombra, sorta di anomalo biopic su un “illustre sconosciuto”: il dottor Bennet Omalu. Ad interpretarlo uno statuario Will Smith, grande escluso alla corsa agli Oscar 2016 nella categoria Miglior attore protagonista.

Zona d'ombra Will SmithCi sono eroi che passano in sordina. Eroi che faticano a spiccare. Che non salgono agli onori della cronaca, se non quelli di una rinomata rivista scientifica. Ci sono eroi che fanno scoperte che mandano in crisi un sistema intero, ma salvano la vita di migliaia di persone. Il dottor Bennet Omalu, neuropatologo nigeriano in terra americana, è uno di questi eroi. La sua scoperta? La CTE, vale a dire l’“encefalopatia cronica traumatica”, malattia degenerativa che, dopo migliaia di colpi subiti alla testa in anni di carriera, colpisce il cervello (soprattutto) di giocatori professionisti di football. Una scoperta e una verità che si sono scontrate con la “zona d’ombra” in cui voleva confinarle la NFL (National Football League) pur di non far collassare l’enorme business dello sport più amato e praticato d’America: il football.

Questa la storia vera portata sul grande schermo da Concussion – Zona d’ombra, scritto e diretto da Peter Landesman, con protagonista Will Smith (che per questo ruolo è stato candidato ai Golden Globes 2016 come miglior attore in un film drammatico). In uscita nelle sale italiane il 21 aprile, il film è un vero cazzotto nello stomaco, che ci fa riflettere sui confini tra lecito e illecito, salute e business, verità e silenzio.

Il fumo uccide. Il fumo invecchia la pelle. Il fumo provoca il cancro. Queste alcune delle scritte che troviamo sui pacchetti di sigarette. Scritte che ci avvertono sui danni generati dal fumo, pur non mettendolo al bando, ma lasciandolo al libero arbitrio e alla scelta personale di ciascuno. Bennet Omalu perseguiva lo stesso scopo: non bandire il gioco del football, ma avvertire le giovani generazioni dei possibili danni cerebrali a cui si può andare incontro sulla lunga durata.
Un paragone, quello col mercato delle sigarette, che evocato a caso. Infatti Concussion – Zona d’ombra ricorda molto Insider – Dietro la verità di Michael Mann, memorabile film con Al Pacino e Russell Crowe. Nel film del 1999, anch’esso basato su una storia vera, la guerra era contro le multinazionali del tabacco. Protagonista era Jeffrey Wigand, padre di famiglia e dirigente presso una delle principali aziende di tabacco statunitensi, che, una volta “fuori dal giro”, decise di testimoniare contro i suoi ex datori di lavoro, colpevoli di mentire sulla composizione chimica delle sigarette in commercio.
Concussion e Insider, inoltre, sono accomunati per l’aver preso entrambi le mosse da “ingombranti” articoli di giornali: il primo dall’articolo Game Brain del 2009 scritto da Jeanne Marie Laskas per la rivista GQ, il secondo da un articolo apparso su Vanity Fair intitolato L’uomo che sapeva troppo. Ed è qui che entra in gioco la verità, che è tale solo se esternata, se denunciata. Che fare quando si scopre qualcosa, quando si sa troppo? Omalu Onyemalukwubwe, nome per esteso del neuropatologo, significa “se sai qualcosa, devi farti avanti e parlare”. Insomma, nomen omen. La verità ce l’aveva scritta nel nome e nel Dna, e la decisione (quasi un obbligo) morale di scoperchiare quello scomodo Vaso di Pandora ha reso lo sport più bello e più sicuro.

Concussion – Zona d’ombra è un film di grande forza e grande impatto, diretto con mano ferma da Peter Landesman, abile nel trattare con toni da thriller contenuti da film di denuncia. Fondamentale l’apporto di Will Smith, che ritrova l’intensità statuaria dimostrata in Alì (Michael Mann, 2001) e l’emozione epidermica della Ricerca della felicità (Gabriele Muccino, 2006).

Concludendo, Concussion è un film da vedere, di quelli che fanno male per poi rilasciare speranza, come una medicina amara che però fa guarire. Un film che rilancia il cinema come media e medium che sa assolvere ancora il ruolo di grancassa di temi sociali e di storie importanti. Come solo il grande schermo sa fare.

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